Abbiamo avuto dei grandi attori in Italia

Abbiamo avuto dei grandi attori in Italia. L’interprete italiano è il più celebre in tutto il mondo in quanto attore. La Commedia dell’Arte è stata la commedia dell’attore italiano. Questi due fattori hanno fatto si che la stagione dell’attore, che fa tutto lui, del mattatore, durasse a lungo da noi. La parola regia era un vocabolo sconosciuto e in un teatro “di attori” chi cominciava a muoversi verso la regia veniva guardato con sospetto. Di fronte alla grande scuola francese dei registi-attori ti domandavi: è possibile essere nello stesso tempo, dentro e fuori lo spettacolo? Come fai nel medesimo istante in cui sei con gli attori ad essere anche fuori, con quel tanto di ‘distanziazione’ per aiutare gli altri a fare una certa cosa? Nasce il dubbio che tu faccia la regia per te stesso, che tu faccia la stessa cosa del ‘grande attore’. Intorno al 1880 emerge un mutamento consapevole che continuerà fino e oltre il 1930. Un periodo che si presenta contrassegnato da una continua instabilità di poetiche e di risultati, di linguaggi e di affinità culturali, di sistemi di produzioni e di organizzazione della società; è una situazione della storia che vive il senso forte di una mutazione epocale, di un cambiamento culturale e antropologico, di una inadeguatezza del teatro esistente rispetto al dover esistere del teatro. Una situazione che ha forse il suo luogo mentale e culturale emblematico nel trauma profondo che lascia la prima guerra mondiale. La grande guerra, un evento di lunga durata, ben oltre le vicende belliche. Le discussioni sul teatro partono sempre dalla constatazione dell’esistere di stili diversi, esperienze estetiche non omologabili, di tradizioni e di novità; in modi sempre diversi e non unificabili. Al teatro, che ha cessato di essere pensato come luogo assoluto e che “si cerca” fuori del proprio centro, si affianca una dicotomia tra uomini di teatro dell’800 e uomini di teatro del ‘900: la rapida e radicale trasformazione dell’attore e dello spettatore/regista di teatro.

La regia in Italia arriva con cinquant’anni di ritardo rispetto al resto d’Europa

La regia, affermava Giorgio Strehler,“è un intervento che proviene dal di fuori, in una zona intermedia, fra la scena e la platea. Il regista sta in quel vuoto che c’è fra il primo spettatore e l’attore sul palcoscenico. In questo ruolo intermedio, il regista, è come il voyeur di un atto d’amore compiuto da altri; e lo fa compiendo continuamente il tragitto fra platea e palcoscenico. Su e giù. Il teatro è la parafrasi della vita. Credo che l’uomo non abbia mai saputo inventare niente di più simile alla vita del teatro. L’uomo non può farne a meno, in qualsiasi modo avvenga. Il teatro è veramente un grande esorcismo: ma non riesce comunque mai a liberarsi dell’idea della morte. Un quadro resta; il gesto di un attore muore”

Strehler ha rigenerato la scena da quella visione vecchia e ottocentesca in cui versava il teatro italiano, relegando in soffitta la tradizione capocomicale. Il vecchio naturalismo, come affermava De Monticelli, era morto. …”Quello che veniva fuori era un’altra cosa: il realismo essenziale, una contrapposizione tra emozione e ragione”… Era il nuovo teatro di regia: Visconti, Strehler. Un’opera di “ripulitura” necessaria. Il desiderio di Strehler è sempre stato quello di trasformare l’attore in controparte dialettica. La dialettica non richiede che i rapporti siano assolutamente liberi e tranquilli; che non esistano delle opinioni contrarie. Talvolta ci si scontra.

… “per un attore leggere un testo drammatico e giudicarlo nelle sue parti, è comprendere la possibilità di essere ‘messo in azione’. L’attore, insomma, non accetta un testo come un fenomeno letterario definito o lo accetta solo a condizione di poterlo realizzare drammaticamente. Per l’uomo di teatro il testo drammatico è una larva di drammaturgia, un qualcosa di ‘in-concluso’. Egli sente che se così non fosse, questo qualcosa sarebbe altro. L’opera di teatro invece, cerca il suo contatto collettivamente in suono, movimento e ‘durata’ assai ben specifica nel tempo: quello della rappresentazione, non prima e non dopo”…

Max Reinhardt (maestro di Brecht) sosteneva: … “il teatro adempie alla sua più alta missione quando toglie la parola dal sepolcro del libro e vi soffia sopra la vita, riempiendola col sangue, portandola ad un contatto vivo con noi stessi, così da riceverla e lasciare che ci dia frutti. La vita è, incomparabilmente, la più valida caratteristica del teatro. Truccala come ti pare, ma quando l’umano viene alla ribalta noi ci troviamo e ci abbracciamo. Non c’è alcuna forma di teatro che sia l’unica vera forma artistica. I bravi attori se recitano in un teatro o in un granaio, in un’osteria o in una chiesa, se il luogo corrisponde alla rappresentazione, il risultato sarà qualcosa di meraviglioso”…

Eduardo De Filippo diceva: … “una volta ultimato uno spettacolo, il regista, se potesse ricominciare lo farebbe tutto diverso. Semplicemente perché il teatro va di pari passo con la vita. È la vita la grande maestra del teatro e un regista non può lasciarsela sfuggire. Perché oggi ci serviamo ancora di Shakespeare e di Molière per trovare un parallelo con la vita di oggi? Bisogna avere il coraggio di raccontarsi, di mostrarsi per quello che si è. In teatro si può dire tutto. l’attore è la voce del popolo, la voce di tutti. Alla fine si “tirano” i conti, l’attore ha il compito di farli tornare”…

Potremmo andare avanti ancora a lungo, ma per di dirla con Eugenio Barba: oggi, bisognerebbe vedere il teatro più come evoluzione del suo processo che nell’evoluzione delle tecniche che si sono via via succedute nel tempo, di cui tutte hanno validi fondamenti; tuttavia, bisogna comprendere che la loro valida attuazione era viva, verde e germogliante, perché attraversavano le necessità del loro tempo. Erano viste come tecniche o linguaggi teatrali e sono stati trasformati in metodi per liberare la propria espressività. Si veda la storia del teatro come la storia di coloro che l’hanno tracciata, allora la si radica nel tempo, nella società in cui essi sono vissuti. La storia del teatro, quindi, è la storia di uomini che attraverso necessità personali si confrontarono e definirono la storia del loro tempo.

Cosa si vuole affermare con questo? Che è molto importante avere punti di riferimento col passato, misurarsi con esso e ritornarci ogniqualvolta ci si ritrovi in una situazione nuova, difficile. Aiuta a comprendere “dialogare” con il passato. È un punto di partenza forte, ma è come voler bene a qualcuno ed essere anche capace di diventare autonomo. Trovare la propria strada con la consapevolezza delle proprie esperienze e senza illusioni.

Guglielmo Guidi

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